Libero arbitrio: esiste davvero?

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Il concetto di libero arbitrio, cioè della presenza o meno di una libertà interiore, è nato nel campo teologico, in risposta alla domanda sull’esistenza del male nel mondo. Perché esiste il male? La persona che compie il male è colpevole a prescindere, o solo se si trova di fronte ad una scelta, o se si rende conto del male che sta compiendo? E quella che compie il male a seguito di una libera scelta (libero arbitrio), è cattiva perché è davvero una sua libera scelta, o perché è nata cattiva ed è stata creata cattiva? E in quest’ultimo caso, si merita o no una punizione? E chi agisce bene perché è stato creato buono, si merita un premio?

Il Calvinismo in particolare si è distinto nell’esercizio di queste tematiche, coinvolgendo nell’approfondimento tutte le teologie cristiane.

Per quanto ci riguarda, se ci pensiamo bene l’impostazione del problema nei termini suddetti dipende essenzialmente da un aspetto determinante: la concezione di una sola vita sulla terra in base alla teoria teologica.

Quando noi, invece, considerassimo – come facciamo – la teoria della rinascita o reincarnazione, le cose assumono immediatamente una valutazione e spiegazione del tutto differente, in grado di illuminare di nuova luce le risposte alle domande proposte.

Non si nasce né buoni né cattivi; non solo: non si è neppure essenzialmente né buoni né cattivi. La vita sulla terra non è una prova per stabilire se andremo in paradiso o all’inferno; la vita sulla terra è una scuola nella quale fare esperienza. I cosiddetti “peccati” andrebbero sostituiti nella definizione come “errori”; e il “castigo” in realtà altro non è che un “insegnamento” che ci deve aiutare a correggere l’errore. Il tutto per condurci alla meta finale.

Ecco che la ricerca del significato sull’esistenza o meno della libertà assume un aspetto del tutto nuovo e diverso. È questo che dovremo scandagliare.