Stile di vita
Questi esercizi rappresentano un percorso, un atteggiamento nei confronti della vita, di noi stessi e degli altri, che mano a mano apportano il potere di modificare in modo spirituale la nostra pratica di vita.
Sono in numero di 10.
1. Distacco
Tutti noi siamo inseriti nella cosiddetta "ruota delle rinascite", e tutti aspiriamo - più o meno coscientemente - alla liberazione. Ma la liberazione si può avvicinare se agiamo in modo da evitare le cause che provocano questo continuo ritorno. E quali sono queste cause? Sono le "lezioni" di cui abbiamo ancora bisogno nella nostra evoluzione. La libertà non è un diritto di nascita: è una conquista evolutiva individuale. In ultima analisi, sono i nostri comportamenti e le nostre motivazioni a determinare le lezioni di cui abbiamo bisogno. Nessuno può evitarci di rinascere finché abbiamo delle lezioni da imparare; né, d'altra parte, questo sarebbe auspicabile, perché è lo scopo per cui siamo incarnati, e più presto le impariamo e mettiamo in pratica, più presto ce ne distaccheremo.
Avviene però che siamo talmente abituati a questa costrizione, che non attiviamo la nostra iniziativa libera da percorsi già predefiniti: tutto quello che facciamo dipende dal passato, e in questo modo non mettiamo in moto quella funzione che è propria dello spirito, l'epigenesi, ossia quella funzione psichica che dà inizio a qualcosa di totalmente nuovo.
Dall'altro lato, è la personalità che ci spinge, e costringe, ad agire (o anche a non agire), e ciò aggrava la situazione causando ulteriore karma.
Il solo e unico fattore di libertà è lo spirito attraverso il suo strumento della volontà, perché è al di sopra di tutte le costrizioni, ed è esso a utilizzare il karma per i benefici evolutivi. Se attiviamo il Sé, quindi, non solo usciamo dallo schema predefinito, ma cominciamo ad identificarci con la nostra parte che ne è al di sopra e che lo usa, lo spirito appunto.
Proponiamo perciò un esercizio molto semplice: compiere una volta al giorno un'azione che non dipenda non solo dal passato (karma), ma che non generi anche altro karma. Fare cioè un'azione, semplice e breve, del tutto inutile, che ci faccia iniziare il viaggio verso la libertà.
Un paio di esempi: scavare una buca in giardino (per chi ce l'ha, non conviene andare nel giardino di un vicino) oggi, e domani riempirla di nuovo; e così di seguito. Oppure cambiare lato della strada di un percorso che facciamo di solito, senza che questo serva a rallentare o accelerare l'arrivo a destinazione.
Non dobbiamo aspettarci nessun risultato da queste azioni: sono del tutto inutili. Forse ci sembrerà di perdere tempo, ma in realtà possiamo dire che è il tempo a perdere noi, perdere cioè la presa che di solito non ci abbandona. Più ci sembrerà di perdere tempo, più vorrà dire che siamo presi da lui, e più avremo bisogno di questo esercizio. Certo, l’attività principale cui un aspirante spirituale dovrebbe dedicarsi è quella di utilità gratuita per gli altri: solo così accrescono i due eteri superiori del corpo vitale. Ma questo non serve, di per sé, a liberarsi del karma (che, ricordiamolo, può essere anche positivo). Quindi accanto ad essa ogni tanto sarebbe utile eseguire l’esercizio qui proposto.
Ecco che un poco per volta ci stacchiamo dall'utilitarismo proprio della personalità, e cominciamo ad essere protagonisti nella nostra vita. Può suonare strano sentire parlare di protagonismo facendo qualcosa che non serve a niente; ma anche questa considerazione discende dall'abitudine della personalità di dare valore solo a ciò che causa karma, sia in noi che negli altri.
2. Equanimità
Immaginiamoci una nave che sta navigando nel mare in tempesta: a cavallo delle onde alternativamente la vediamo spinta in alto per poi sprofondare fino a scomparire dalla nostra vista. Non è certo facile mantenere la rotta e il benessere dei marinai in questa situazione! Essi non possono cambiare le condizioni del mare, devono adattarsi e subirle.
Immaginiamo ora la stessa nave, gli stessi marinai sullo stesso braccio di mare, però stavolta calmo e senza vento. Quale fra le due condizioni permette di arrivare prima e meglio? Di sicuro la seconda, non c'è ombra di dubbio.
Ebbene, possiamo tranquillamente utilizzare queste due immagini come un esempio di ciò che viviamo noi stessi quotidianamente: siamo tutti soggetti alla cosiddetta "legge del pendolo", per la quale alterniamo momenti di esaltazione che ci fanno sentire come sulla cresta dell'onda, ad altri di abbattimento e di scoraggiamento. Anche nella vita e nella ricerca spirituale avviene lo stesso: oggi ci sentiamo trascinati dall'aspirazione, domani la delusione e la mancanza di fiducia ci attanagliano, fino a farci abbandonare tutti i migliori propositi. Così non si va da nessuna parte; eppure crediamo che sia la sola strada da percorrere.
Perché succede questo? Semplicemente perché inseguire l'entusiasmo (quando diventa eccessivo, ovviamente, tanto da far quasi tacere la ragione e la prudenza) l'energia si brucia subito, e in poco tempo si esaurisce. Restiamo di conseguenza senza carburante, e la spinta un po' alla volta si spegne. È il corpo emozionale che agisce in questo modo, non lasciando il dovuto spazio alla mente per soppesare e valutare.
Cercare di resistere alle spinte improvvise dell'entusiasmo, considerandolo come un valore positivo, ma solo se ci lascia riflettere, permette all'energia un consumo costante nel tempo, consumando il carburante un poco per volta e lasciando un fondo sempre attivo per un avanzamento sicuro, prudente e stabile. Apparentemente in questo modo si avanza meno velocemente, ma proprio come la nave che si trova nel mare calmo, siamo sicuri di arrivare e anche di arrivare prima.
In pratica, davanti ad una decisione da prendere o ad una valutazione da dare, è bene restare il più equilibrati possibile, senza lasciarsi trascinare da impulsi emotivi e/o di parte. Il corpo emozionale giudica in base ai gusti, ai desideri e alle ambizioni, facendo appello e coinvolgendo tutta la nostra personalità, mentre noi dovremmo cercare di attivare quella funzione che più è in collegamento con lo spirito, col Sé: l'intuizione. Per riuscire in questo è necessario coltivare la calma interiore. Lo sforzo dev'essere quello di affrontare ogni evento evitando di farsi esaltare o abbattere.
Un poco alla volta, in questo modo ci sentiremo sempre più guidati dalla parte più profonda e vera di noi stessi, e ci sentiremo anche di non negare alcuna esperienza come negativa: tutte hanno lo scopo di insegnarci qualcosa. E il solo modo di far aumentare quelle positive passa attraverso l'accettazione di quelle negative.
3. Compassione
La scoperta dei neuroni-specchio ha aperto le porte della scienza a considerazioni che fino a poco tempo prima sembravano relegate ad ambiti filosofici, per non dire etici o addirittura spirituali. L'empatia fra le persone ha assunto così una base fisiologica, e questo dà una ulteriore giustificazione al nostro esercizio riparatore. Giustificazione necessaria per chi possiede un temperamento che dà più importanza ai suggerimenti della mente rispetto a quelli del cuore.
Tuttavia la suddetta scoperta ci serve anche per affermare che esiste un "contatto" fra le persone a livello inconscio, non incanalato dalla mente. Conoscere gli altri, in realtà, non deriva essenzialmente da una analisi razionale, come il verbo "conoscere" potrebbe invece far supporre; anzi, la conoscenza di tipo cerebrale esclude - come vedremo più avanti - la vera conoscenza degli altri (oltre alla vera conoscenza in generale). Che la pietà, o l'ammirazione, o altri sentimenti che possiamo provare di fronte ad altrui esperienze, siano radicati nei neuroni-specchio, non dipende da questi ultimi, considerato che sono gli organi fisici a discendere da forze sottili che li formano e dirigono, e non il contrario. L'esistenza dei neuroni-specchio perciò dimostra a chi ha una visione spirituale che nelle energie formatrici ed edificatrici del nostro corpo esistono canali che ci mettono in connessione tra noi.
I due poli dell'empatia - simpatia ed antipatia - che ciascuno di noi prova per gli altri, non dipendono tanto dalle loro condizioni, ma dai nostri stessi gusti ed esperienze. Ci toccano maggiormente quelle situazioni che riusciamo a fare rimbalzare dentro noi stessi. Siamo colpiti da situazioni che A NOI suggeriscono felicità o disagio. Il giudizio sugli altri diventa allora un giudizio su noi stessi! Questo attiva i neuroni-specchio.
Se basiamo questo giudizio sul risultato della predetta modalità, diventa solo un pre-giudizio; che non ci fa contestualmente conoscere realmente l'altro (stiamo ancora conoscendo noi stessi, sia pure sempre superficialmente). La conoscenza cerebrale si basa sulla percezione mediata dai sensi, e mentre accorcia le distanze fisiche esteriori, allontana quelle interiori, che sono basate sulla percezione im-mediata di natura spirituale. Per quanto possa sembrare paradossale, per conoscere veramente gli altri bisogna entrare più in profondità in noi stessi, perché più entriamo in profondità più ci avviciniamo alla Fonte Unica della Vita, dove non esiste separatività. Da dentro di noi possiamo provare la reale Compassione, altrimenti finiamo col compatire noi stessi!
E quando sentiamo la reale Compassione, quando cioè entriamo in comunione con l'altro, il giudizio superficiale viene scalzato, perché comprendiamo le sue vere motivazioni, cosa impossibile rimanendo nella percezione dialettica di comunicazione.
Compassione (vera) al posto del giudizio è l'unità di misura per valutare un individuo avviato sul sentiero dello spirito.
4. Spregiudicatezza
Siamo tutti in evoluzione, ed essere in evoluzione vuol dire essere disposti a cambiare direzione, o condizione di vita. Siamo perciò chiamati continuamente a condizioni nuove, alle quali adattarci. Senza questo spirito di adattamento rischiamo di attardarci, attaccati a situazioni, sistemi, convinzioni, ecc., che richiedono invece di essere superate. Modificare lo stile di vita o le idee quando l'evoluzione lo richiede, non significa affatto rinnegare quelle precedenti: ogni momento evolutivo ha le proprie, le quali però sono funzionali ad un ulteriore progresso che le stesse hanno il compito di preparare. È quindi esattamente l'opposto: restare attaccati a vecchie idee quando dovrebbero essere superate, vuol dire proprio tradirle nel loro scopo.
Quando ci viene all'orecchio, o sott'occhio, qualcosa di "diverso" dal solito, fondamentalmente due sono le reazioni che possono nascere dentro di noi: o queste novità rispondono ad una richiesta interiore a noi ben nota, e allora la abbracciamo senza riserve e totalmente; oppure vanno a cozzare contro le nostre idee consolidate, sulle quali abbiamo basato fin qui le scelte della nostra vita, e allora le rifiutiamo e le combattiamo con tutte le nostre forze. Entrambe queste reazioni vanno nella stessa direzione: accettiamo solo ciò che risponde ai nostri gusti e a quelli che riteniamo essere i nostri bisogni.
Ma i gusti e i bisogni derivano esattamente da ciò che già conosciamo, che già fa parte del nostro bagaglio, e attaccarci ad essi rifiutando qualsiasi possibilità di cambiamento, impedisce l'arrivo di qualcosa che ci consenta di proseguire, attardandoci sullo status quo, come detto più sopra. È naturale che difendiamo ciò in cui crediamo, ma non dobbiamo dimenticare che quando lo facciamo rifiutando qualsiasi novità senza soppesarla e affrontarla, rischiamo di attaccarci alle forme e trascuriamo lo spirito, il quale "va dove vuole". Fintantoché accettiamo solo ciò che risponde a quanto abbiamo già accettato e compreso, lasciamo fuori dalla porta qualsiasi possibilità di cambiamento e di miglioramento, e quindi di progresso. Ancora una volta è il pregiudizio che si sostituisce al nostro giudizio.
La mente aperta è necessaria anche quando incrociamo persone o società che vivono secondo regole che non sono le nostre. Il solo giudizio non deve basarsi sulle "nostre" idee, ma sul risultato delle loro: se non fanno del male non abbiamo alcun diritto di intervenire contro la loro libertà di scelta. Aspettiamo di "conoscerli dai loro frutti". In una parola, dobbiamo imparare ad essere spregiudicati, ossia privi di pregiudizi, i quali sono solo la misura dei nostri limiti.
Avere una mente aperta però vuole anche dire non pretendere che gli altri abbraccino le nostre idee; anche perché qualsiasi discussione in questo senso sarebbe inutile, se non controproducente. Il solo modo è quello di mostrare i nostri frutti, così da incuriosire chi fosse pronto ad apprezzare il nostro stile di vita. Vivere cioè coerentemente i principi in cui crediamo, senza forzare le idee altrui.
5. Ottimismo
Visto da un certo punto di vista, l'ottimismo può sembrare un atteggiamento irrazionale, proprio di chi preferisce illudersi sull'esito della vita in generale o di un avvenimento in particolare. Sembra essere più concreto l'atteggiamento opposto, ossia il pessimismo, chiamato da chi lo coltiva "pessimismo della ragione". Questa stessa definizione ci consente, d'altra parte, di definirne l'origine: è la personalità che lo suggerisce, è l'io personale che si chiude all'intuizione e alla visione spirituale della vita, a crogiolarsi in una visione pessimistica. Pensando che la cosiddetta realtà non sia altro che la risultanza di eventi casuali (senza rendersi conto che questa sì è un'affermazione irrazionale), quando ci si imbatte in qualcosa che viene descritta come "male" non si può far altro che ricavarne pessimismo; non c'è nessuno scopo che lo giustifichi, perciò il mondo è cattivo.
Del tutto diverso è l'atteggiamento di chi ha una visione di tipo spirituale della vita: non pensa che siano forze cieche ad agire, azioni-reazioni automatiche e meccaniche, ma che esiste una Intelligenza superiore che tutto sovrintende. Anche questa frase, tuttavia, può essere interpretata in molti modi; c'è chi crede che l'Ente Supremo, Dio, governi tutto, e che tutto ciò che accade discenda dalla sua volontà, male compreso. Ecco che in questo modo c'è il rischio di trasferire il male che succede nel mondo dall'azione impersonale di forze cieche alla volontà di un Dio giudice e vendicatore che dobbiamo ringraziarci, che ci tiene tutti sotto scacco premiandoci o castigandoci a seconda del suo capriccioso volere. Nemmeno da questa visione può derivare ottimismo, sentendoci privati del nostro libero arbitrio e soggetti ad una legge esterna che il più delle volte non comprendiamo (e che nemmeno siamo chiamati a comprendere).
Ma non è questa la visione corretta: si tratta di un passaggio che è destinato a condurci al successivo, alla visione di un Dio amorevole che rispetta la nostra libertà come un valore imprescindibile, perché essa fa parte della nostra stessa natura, in quanto ciascuno di noi è parte di Lui, scintilla divina inscindibile dal Creatore. Lo scopo dell'esistenza in questo mondo è quello di consentirci di risvegliare e coltivare questa scintilla, che un giorno ci farà raggiungere la Sua altezza: "Voi stessi farete le cose che io faccio, e anche di più grandi". Quello che chiamiamo di solito male, è null'altro che un gradino da superare una lezione da imparare, in questa salita verso il cielo. Il male è cioè "bene in divenire"!
Supremo esempio di ciò ci viene dalla missione del Cristo. Massimo Arcangelo, mise se stesso al nostro servizio quando l'umanità rischiò di allontanarsi dalla via di quella salita. Era per noi un male quella deviazione, che ci portò in una direzione non prevista; ma le forze celesti si misero all'opera per soccorrerci, non imponendosi dall'alto, ma mettendo in atto le condizioni affinché quel male si trasformasse in un bene maggiore, tale da ottenere un risultato superiore e migliore di quanto originariamente previsto. Così funzionano le leggi dell'universo; il male esiste in quanto effetto del nostro libero arbitrio, ma viene trasformato in bene grazie al servizio che le anime più avanzate compiono verso i loro fratelli minori.
Come non essere ottimisti, allora? Sappiamo non solo che il male è solo provvisorio, e che siamo aiutati a superarlo, ma anche che è l'anticamera di un bene maggiore!
Con questo spirito dovremmo quindi guardare alla vita e alle sue vicissitudini, facendo del nostro meglio - perché sappiamo che attardarci nel male causa il dolore come lezione da cui imparare - ma anche con fiducia, sapendo che il futuro è diretto verso il Bene maggiore.
Cerchiamo dunque il bene in ogni cosa.
6. Disponibilità
Il luogo, l'ora in cui nasciamo e le persone con cui veniamo in contatto, fanno parte del nostro karma; non sono casuali. La società in cui nasciamo contiene in sé le esperienze di cui ciascuno ha bisogno nel suo viaggio evolutivo per la tappa da coprire in questa vita. Per questo si dice che "l'uomo è un essere sociale".
Uno dei mezzi più potenti per avanzare nell'evoluzione spirituale quindi, è senz'altro il servizio disinteressato. A patto che sia davvero disinteressato: se il suo scopo principale è quello di accrescere la nostra spiritualità, ebbene, non è più così tanto disinteressato ... Sarebbe tuttavia bello vivere ogni cosa considerandola un servizio: il lavoro, la coppia, la famiglia, i passatempi, ecc., anche se si trattasse di servizio interessato; è sempre meglio di un interesse egoistico, magari a scapito di altri!
Per andare al livello pratico, chi decide di vivere con spirito di servizio, in genere, se non si tratta di un impulso genuino dell'anima, si sforza di trovare applicazioni in cui esercitare tale tipo di attività. Ecco che allora l'io comincia ad interferire, e crede di essere tanto più nel servizio quanto più si impegna in faccende che gli costano sacrificio, che non gli piacciono e per le quali deve fare uno sforzo. In linea di massima possiamo dire che si tratta di un malinteso; perché impegnarmi in qualcosa per cui non sono adatto, o che non conosco bene, quando invece potrei farlo nella materia e nell'attività in cui sono più ferrato o che ho studiato a fondo? Se andiamo a guardare ai risultati di un simile atteggiamento, nella prima ipotesi non potrò ricavarne che una povera cosa, forse del tutto inutile, mentre nella seconda otterrò certamente un risultato buono, del quale altri potranno utilmente giovarsi.
Non c'è quindi alcun merito, in sé, nel fare una cosa che ci è sgradita. Tuttavia, nel caso in cui un certo lavoro sia necessario, dobbiamo essere pronti a farlo se non c'è nessun altro disponibile, anche se si tratta di qualcosa che non ci è congeniale. In altre parole, il servizio non deve servire a noi, ma a chi ne ha bisogno (altrimenti non si può nemmeno parlare propriamente di servizio)!
Col tempo, l'abitudine di essere pronti a servire, magari senza manie di protagonismo (che ancora una volta dipenderebbe dal nostro io, tendendo allo scopo di utilità per noi stessi) diventerà un tratto del nostro carattere, e sarà nostra aspirazione metterci al servizio, dove possibile e/o utile, degli altri.
La linea-guida e di demarcazione possiamo ricavarla dalla frase seguente:
> È necessario che qualcuno faccia questa cosa: perché non io? <
Osserviamo che in genere l'uomo ordinario, guidato dall'io e dal corpo emozionale, coniuga diversamente la frase, dicendo a se stesso: "Perché proprio io?". Usiamo queste due frasi interrogative come cartina di tornasole per posizionare noi stessi nel sentiero che stiamo cercando di percorrere. È sempre la prima quella che corrisponde alla nostra attitudine e al nostro comportamento? Beh, non abbiamo bisogno di fare alcun esercizio: siamo arrivati a buon punto! Ma non è in genere proprio della natura umana, per cui noi che facciamo ancora fatica, forse dobbiamo cominciare mettendo in pratica l'esercizio della volontà, anche se cela in sé una parte egoistica. Di certo la società nella quale siamo inseriti ne trarrà beneficio, e avremo contribuito, nel nostro piccolo, al suo miglioramento generale.
7. Presenza
Quando “siamo presi”, come opportunamente si dice, da un dolore, da una malattia o anche solo da una preoccupazione, che cosa ordinariamente facciamo? Due sono le reazioni che mettiamo in moto.
Per prima cosa il disturbo diventa la cosa più importante della nostra vita, sulla quale riversiamo tutta la nostra ansia e i nostri pensieri, diventando spesso il solo oggetto della nostra conversazione.
E siccome questo atteggiamento col tempo si somatizza, da un lato, e allontana tutti gli amici, dall’altro, in seconda istanza cerchiamo di attutire il danno cercando di non pensarci e di occuparci di qualcos’altro. Soluzione questa seconda che ha gli stessi effetti della prima: una interferenza, una intrusione nel lavoro che il nostro corpo (i nostri corpi) vorrebbe mettere in atto per risolvere il problema.
E chi c’è dietro l’attività dei nostri corpi, tale da superare anche il pensiero? C’è la nostra parte più profonda ed elevata: il Sé spirituale. Abbandonare la presa sul problema quindi non vuol dire affatto lasciargli campo libero fino a distruggerci; al contrario, vuol dire identificarci con la nostra vera essenza (sulla quale è destino evolutivo che impariamo ad identificarci), che sa come affrontare la questione. La nostra personalità deve imparare a collaborare con il Sé. È il solo modo per guarire e realizzare il “miracolo”.
Ma la personalità è comunque coinvolta, e non possiamo fare finta che non lo sia. Per questo dobbiamo agire sulla consapevolezza e sulla percezione. Sbagliano coloro che teorizzano di lasciar fare alla natura sic et impliciter: sono le specie inferiori, il regno animale e in parte il regno vegetale, che non hanno bisogno di questo (e infatti non somatizzano e guariscono meglio).
Ecco che in questo modo il disturbo diventa una leva per farci avanzare nel cammino evolutivo; e questo in definitiva era il suo reale scopo. Solo in ciò che “supera il pensiero” abita il nostro vero essere, il Sé spirituale, non nel pensiero, e tanto meno nella percezione mediata.
Dovremmo considerare la somatizzazione come un ponte, un cavallo di Troia, che ci consenta di contattare l’attività spirituale che agisce profondamente dentro di noi. E questo ponte è proprio la percezione. Ma dovremmo metterla al servizio del Sé, e il modo è al tempo stesso semplice ma difficile: fargli “occupare” tutto il corpo, e in particolar modo, se abbiamo una parte sofferente, sentirlo agire proprio lì, attraverso lo scorrere del flusso sanguigno, che è un prodotto del corpo etereo. È un esercizio che si può fare anche a scopo preventivo: dopo un attimo di tranquillità faccio una specie di ispezione interiore: c’è una parte di me, del mio corpo che non è “presente” alla mia percezione in questo istante? La riporto immediatamente sotto la mia percezione, senza farmi domande, ma sentendo la parte integrata a tutto il mio organismo. Oppure, se il disturbo ha una origine mentale, la domanda potrebbe essere: la mia “presenza” è dentro il corpo? Oppure è proiettata fuori dal corpo, magari seguendo una attenzione diretta a qualcosa di esterno? È possibile continuare a seguire l’attenzione pur restando presenti alla percezione del mio corpo: devo perseguire questo stato.
Questo esercizio è anche un buon allenamento nell’allontanare qualsiasi forma di dipendenza di altro tipo: sostanze allucinogene, alcol, fumo, musica ossessiva o altro, ci fanno uscire dal corpo e lo avvelenano, e compiendo l’esercizio le due cose non possono coesistere. Ricordiamo che l’assenza dello spirito interiore, anche momentanea come mancanza di attenzione, porta sempre con sé il rischio di aprire la porta a entità non desiderate nella nostra sfera aurica.
8. Innocuità
"Primum non nocere" è il motto delle scuole di medicina, che andrebbe esteso ad ogni altro aspetto della vita.
Lo scopo del Cristianesimo di Pietro, o exoterico, è stato quello di condurre le masse ad una visione più amorevole delle relazioni umane, sostituendo poco alla volta la forza, che fino ad allora era lo strumento di potere che aveva permesso alle varie civiltà di avanzare e progredire. Nella fase involutiva il bene massimo da salvaguardare erano le forme, per cui la legge che imperava era "mors tua, vita mea". Il Cristianesimo così entrò nella storia dell'uomo, portando la prima rivoluzione culturale nella direzione opposta.
Ma era solo l'inizio; al giorno d'oggi, grazie alla sensibilizzazione portata avanti dal Cristianesimo popolare, l'umanità più avanzata è pronta per il passo successivo; il Cristianesimo giovanneo, o esoterico, o interiore. Non è più il tempo di salvaguardare la forma, ora dobbiamo cominciare a costruire l'anima, ossia trasferire nello spirito le potenzialità accumulate nel processo involutivo. Dobbiamo lasciare le distinzioni e le separazioni che sono servite fin qui ad edificare forme sempre più efficienti, e invertire il senso per tornare gradualmente all'Unità originale, oltre la storia. Verrà il momento in cui dovremo abbandonare del tutto la forma, e tutta l'esperienza grazie ad essa accumulata si trasferirà nella dimensione eterea, arricchendo il nostro corpo vitale. È un processo ancora al di là da venire, ma abbiamo cominciato ad imboccare la strada che ci porterà lontano dal "diavolo" - cioè colui che divide - facendoci avvicinare al "simbolo" - ciò che unisce. In questa seconda fase dovremo risalire alla Fonte della Vita, e considerare ogni forma vivente come portatrice di un aspetto della Vita Unica, della quale le vite dei singoli sono solo divisioni apparenti, a cui dovremo tornare.
Fin qui, il karma è servito per correggere (tramite l'esperienza delle conseguenze delle azioni compiute) gli errori commessi; ma da solo non basta: oggi è necessario portare alla coscienza quegli errori, perché solo così si può crescere animicamente. L'individuo pronto per passare dalla prima alla seconda fase è colui che comincia a sentire in sé la compassione per tutte le forme di vita, e un po' alla volta la regola d'oro da lui seguita sarà quella del "primum non nocere", in sostituzione del "mors tua, vita mea".
Non sarà allora più la forza fisica ad attirare la donna, e nemmeno l'avvenenza femminile ad attirare l'uomo, entrambe qualità utili nella fase involutiva, ma altre saranno le qualità ricercate, e fra queste l'amore e la compassione per ogni forma di vita, in particolare quelle più fragili, sarà certamente in primo piano, coinvolgendo altri aspetti dell'esistenza: lo studio, l'arte, l'alimentazione, l'abbigliamento, e così via. L'innocuità non riguarderà però solo i suddetti aspetti, ma diventerà un tratto distintivo di tutta la personalità: il modo con cui ci rivolgiamo agli altri, con cui parliamo e sosteniamo le nostre idee e accettiamo quelle altrui, ecc.. Possiamo rischiare di apparire deboli, se giudicati da chi è ancora alle prese con la fase precedente, ma la nostra sarà la vera forza, la forza che risponde col "porgere l'altra guancia", diventando ciò che l'essere umano è destinato a diventare, trasmutando la natura animalesca nella consapevolezza di essere individui che ospitano un Sé spirituale.
9. Ascolto
Ci sono delle persone che sono talmente ansiose di entrare in relazione con gli altri, che forse si sentono tanto sole nonostante siano circondate da una compagnia numerosa, che parlano continuamente, volendo far sapere al mondo intero le "loro" idee su questo o quell'argomento, o su quello che hanno fatto o che hanno intenzione di fare. La loro presenza si nota immediatamente, e attorno a loro non c'è mai un attimo di silenzio, perché sembra essere la cosa che le spaventa di più.
Quello che fanno, in realtà, le allontana anziché avvicinarle al loro obiettivo. La solitudine è uno stato d'animo che non dipende da ciò che potremmo definire una separazione orizzontale fra noi e gli altri, ma essenzialmente verticale entro noi stessi: fra l'io personale e il Sé spirituale. È l'io che inevitabilmente soffre di solitudine, perché vive nella separazione, che ne è la madre: senza separazione non può nascere l'io. Il quale cerca di superarla tramite il contatto con "l'altro", il separato da sé, cercando di creare da due solitudini una compagnia.
Ma il senso di solitudine deriva dal fatto che l'io cerca compagnia restando nella dimensione che conosce: spazio-temporale. Da qui la comunicazione. Per superare la comunicazione e uscire dallo spazio-tempo bisognerebbe entrare in comunione, cosa che non risulta facile, perché siamo ancora tutti dipendenti dall'io.
Come tecnica, la prima cosa da fare è modificare il nostro comportamento: non serve parlare molto, perché ciò ci allontana dal nostro scopo; al contrario, è necessario abbandonare l'io tramite l'ascolto dell'altro, sforzandoci di cessare di trasmettere qualcosa, e cerchiamo invece di ricevere. Per fare questo bisogna fare silenzio. Ma il silenzio non coincide solo con l'arrestare il flusso di parole; possiamo trasmettere anche col pensiero. Bisogna ricevere con tutto noi stessi, con ogni nostra facoltà.
Quando un'altra persona ci sta parlando, facciamo questo silenzio interiore (o almeno proviamoci), e ascoltiamo ("ascoltare" è l'azione positiva, opposta a quella negativa di "sentire") il suono delle parole che ci stanno arrivando. È assai più importante riuscire ad ascoltare questo suono, che comprenderne dialetticamente il significato: ciò che comincerà ad arrivare saranno non solo i pensieri che stanno dietro alle parole che ci arrivano, ma anche lo stato d'animo, le emozioni, di chi ci sta di fronte.
Lo sforzo da fare è di cercare di immedesimarci nei suoni che riceviamo; cercare di "diventare, essere l'altra persona". È un esercizio che non ci suona familiare né spontaneo, ma con la pratica può aprirci nuovi orizzonti: un'apertura in noi stessi e una verso gli altri. Infatti, ci accorgeremo che anche l'altro ad un certo punto comincerà a sentire che la relazione ha fatto un balzo di dimensione, è entrata in un livello superiore, e questo anche senza che noi necessariamente dobbiamo parlare.
Doppia vittoria contro la solitudine e pietra miliare nel nostro avanzamento spirituale.
10. Sacrificio
Lo si potrebbe dire con una battuta: se il lettore è arrivato fin qui nella lettura, vuol dire che si è sacrificato già abbastanza. Ma è una battuta fino ad un certo punto, se guardiamo al significato etimologico della parola.
Parlare del sacrificio suscita spesso un moto di rifiuto, di allontanamento, perché richiama alla mente il dolore e la sofferenza. Il significato etimologico del termine, in realtà, è “fare, rendere sacro”. Sempre, in tutte le religioni e in tutti i tipi di templi che sono stati eretti, prima di potervi accedere era necessario compiere un “sacrificio”. Nei tempi più antichi addirittura di esseri umani, poi di animali; oggi si chiede un atto di contrizione interiore. Si diceva che era per “ingraziarsi gli dèi”. Questo perché gli dèi erano visti dal popolo come permalosi dispensatori di protezioni o castighi, a seconda del loro imperscrutabile e capriccioso volere. Si versava del sangue, che appariva appetitoso agli dèi, per ottenere il loro favore.
Oggi, per il cristiano interiore, che senso ha fare ancora tutto questo? Eppure, nonostante il senso di ritrosia che la parola “sacrificio” suscita, l’idea di dover rinunciare a qualcosa per avere dell’altro in cambio, è molto radicata nel nostro animo.
Il Sé, lo spirito nel quale stiamo cercando di identificarci, non ha bisogno dei nostri sacrifici: siamo noi, inseriti nella personalità, ad averne bisogno per arrivare fino a lui, ed è un bisogno che sentiamo, sia pure più intuitivamente che razionalmente e coscientemente. Dentro la nostra personalità c’è di tutto, dalle dinamiche più legate alla materia fino alle aspirazioni verso il cielo, ma nessuna di esse può convivere col proprio polo opposto. Siamo chiamati ad una scelta. E noi sappiamo benissimo, in teoria, quali sono le scelte da fare; scelte alle quali promettiamo impegno e costanza nei momenti di attrazione spirituale, promesse ogni volta infrante quando esse ci costringerebbero a rinunciare a qualche cosa che ci sta, momentaneamente, attirando verso la direzione opposta. C’è mancanza di equilibrio, perché nessuna delle due “attrazioni” proviene dal nostro essere più profondo: lo spirito.
Gesù ci ha detto: “Chi vuole salvare la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Non ha detto: “se vuoi salvarti devi perdere la tua vita”, ma constata che chi si salva è colui che ha rinunciato, che ha fatto una scelta di vita coerente con il suo impulso interiore. Noi sappiamo che il sangue è “una sostanza peculiare”, come disse Mefistofele a Faust, in quanto è il portatore della vita; perdere il sangue conduce alla morte del corpo. Questo è il sacrificio che siamo chiamati a fare: sentire il suggerimento del nostro vero Sé, non perché vogliamo essere fra i salvati – sarebbe ancora una pulsione egoistica dovuta all’io e alla personalità – ma perché è quello che davvero, oltre l’apparente superficie, vogliamo e sentiamo dentro di noi, e sulla cui base vogliamo orientare la nostra vita.
Ogni nuova conquista evolutiva è sempre sorta dall’abbandono di qualcosa che era giunto al suo scopo finale, e che doveva essere lasciato per accogliere la novità. Attardarsi al vecchio e rifiutare il nuovo sarebbe, questa sì, una reale rinuncia, perché ci farebbe allontanare dal motivo e dalla meta che siamo tesi a raggiungere.
L’aspirante spirituale è come una candela accesa: la cera si deve consumare se vuole illuminarsi e fare luce. Deve solo scegliere se accendersi o meno. D’altra parte, una candela che non si accende diventa un oggetto del tutto inutile, che perde lo scopo per il quale esiste. La cosa più importante, di conseguenza, è quella di bruciare, di fare il “sacrificio”; non ha importanza quanto tempo ci vuole, o se spesso si spegne e dev’essere nuovamente accesa. Noi siamo qui, incarnati nel nostro corpo, che è la cera della candela, allo scopo di far nascere e crescere l’anima, che è la fiamma che illumina; la cera serve a questo, a scarificare se stessa per adempiere alla sua funzione. Dalla materia inerte alla luce che illumina tutto attorno a sé, oltre quello che potrebbe raggiungere se rimanesse solo una candela spenta. La cera cede volentieri al calore della fiamma; lo stesso dobbiamo imparare a fare anche noi davanti alle istanze del Cristo interiore.
“Rendiamo sacra”, perciò, la nostra vita, e così non ci trascineremo le cose vecchie che abbiamo già, dentro di noi, superate; e punteremo all’avventura della novità che ci attende. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, ci suggerisce il nostro Cristo interiore.
- Tratto da "Uomo, conosci te stesso"