Pasqua di Resurrezione

Pasqua: il "passaggio"

La parola “Pasqua” deriva dall’ebraico “Pesach”, che significa “passaggio”. Quale passaggio festeggiava, e tuttora festeggia il popolo Ebraico con il termine Pesach? La liberazione dalla schiavitù degli Egiziani attraverso il “passaggio” miracoloso (appunto) del Mar Rosso ad opera di Mosè.

Tutti conosciamo la storia: il popolo Ebraico fuggì attraverso il varco nelle acque formato da Mosè, inseguito dall’esercito del Faraone; poiché dietro agli Ebrei le acque si richiusero, gli inseguitori Egiziani perirono affogando.

Questo racconto è un simbolo che ricorda un passaggio molto più importante, che non coinvolse solo due popoli e la loro storia, ma l’umanità intera: parliamo del passaggio dall’Epoca Atlantidea all’Epoca Ariana. Nell’antica Atlantide l’umanità viveva immersa in una atmosfera di nebbia densa, poiché l’acqua del pianeta era tutta sospesa nell’aria. Essi respiravano con organi simili alle branchie, e la vista stessa del sole era quasi impedita. Ciò non ostacolò lo sviluppo di una fiorente civiltà, perché gli atlantidei non avevano bisogno degli occhi come noi, nel senso che erano dotati di una forma ancestrale di chiaroveggenza che consentiva loro di percepire quanto li circondava.

Siccome invece ad un certo punto l’evoluzione richiedeva che l’umanità sviluppasse una consapevolezza individuale, era necessaria una fase di vita fisica con una coscienza obiettiva di veglia e un’atmosfera che permettesse di vedere gli altri “fuori” di noi. Tutta l’acqua precipitò al suolo, invadendo le zone più basse e dando origine ai mari e agli oceani che oggi conosciamo. Chi fra gli atlantidei aveva sviluppato l’uso dei polmoni allo scopo di respirare l’aria asciutta e limpida sopravvisse, mentre chi non si seppe adattare perì, e morì, possiamo dire, “annegata”, cioè non potendo più respirare. Ecco che abbiamo così richiamato un'altra leggenda biblica: il cosiddetto diluvio universale, che alcuni studi datano a circa 10.000 anni fa. Non fu un fenomeno improvviso e veloce, naturalmente, ma al termine solo coloro che furono adatti poterono proseguire la loro evoluzione.

È stato quindi un passaggio dall’acqua (Atlantide) all’aria (Ariana). Tutta l’evoluzione prosegue per tappe e “Passaggi”, con “Pesach” successivi che richiedono adattabilità.

Il prossimo passaggio, la prossima “Pasqua”, potremmo dire, è quasi alle porte (“Il tempo è vicino”; diceva Gesù, ovviamente in termini evolutivi), e la prossima Era dell’Acquario ne sarà una anticipazione.

Dovremo passare questa volta dall’Aria all’Etere, proseguendo nel sentiero verso l’alto inaugurato dai nostri progenitori. Lo strumento da sviluppare per “sopravvivere” sarà lo sviluppo del nostro corpo etereo, che può essere realizzato solo per mezzo del nostro comportamento.

L’etere è la controparte del piano spirituale Cristico, che è la sede del Cristo, piano dove non esiste alcuna separatività – sia spaziale che temporale – al suo interno. Il Cristo si incarnò nella Terra al momento opportuno proprio per aiutarci a realizzare quello che è necessario affinché possiamo compiere questo “Passaggio”. Dovremo recuperare la vista interiore, ma non più in forma ancestrale e indotta dall’esterno, ma grazie alla nostra crescita di coscienza. E ciò potrà realizzarsi solo attraverso la crescita dell’Amore (forza che unifica). Non servirà essere dotti, o belli, o ricchi: dovremo agire, come dice Gesù, facendo “Le opere del Padre”.

 

Domenica di Pasqua

Buona Pasqua!

Quante volte abbiamo detto e sentito questa frase in questi giorni; ma sarebbe opportuno che comprendessimo davvero bene cosa diciamo e sentiamo!

Abbiamo già parlato del significato di “passaggio” del termine “Pasqua”, ma per il Cristianesimo esso assume anche un significato diverso e superiore. È legato all’idea di VINCERE LA MORTE. Cristo è risorto, perciò ha vinto la morte, e ha aperto la strada anche a noi per conseguire la stessa vittoria. Che coincide con l’ultimo “passaggio”: non più di quelli legati al passato, ma quello del futuro: dall’aria all’etere.

Ci dobbiamo però chiedere come interpretiamo questo “vincere la morte”

Per il materialista, che non ha idea di che cosa sia la vita, e la considera un prodotto del corpo vedendo solo la dimensione fisica, la situazione appare disperata. La sola cosa che può fare è prolungare il più possibile la vita del suo corpo, e mette in atto tutte le iniziative e tutto il suo ingegno per questo scopo. Cerca l’immortalità fisica. Dal suo punto di vista tutto è lecito a questo fine; ma le conseguenze, se realizzate, sarebbero tragiche, e la più grande disgrazia per l’umanità sarebbe proprio la vittoria fisica sulla morte: ogni progresso ideale, morale e sociale ben presto si arresterebbe senza nuovi stimoli e nuovi soggetti in arrivo; fantasia e soprattutto intuizione un po’ alla volta si spegnerebbero. Non ci sarebbe più niente per cui valga la pena di vivere.

Vincere la morte dal punto di vista del Cristiano assume allora un significato diverso e in più. Quando ebbe inizio la morte? Incominciò nell’Eden, quando Adamo mangiò il frutto della conoscenza (“Dio disse: ‘Se mangerai il frutto dell’albero morirai’”), perciò potrà cessare solo quando torneremo all’Eden, alla dimensione eterea.

In realtà, il concetto di morte è un pensiero, è solo una “superstizione”, nel senso di credere per ignoranza ad una cosa che non è vera. Per morte si intende la fine della coscienza, ed è questo che spaventa. La coscienza però non si trova nel corpo o nel cervello, come crede il materialista, nonostante non abbia prove “scientifiche” a sostegno di questa tesi, ma è una dote dello spirito; di conseguenza vincere la morte si dovrebbe declinare con “mantenere la coscienza”, cioè non perdere la memoria tra una vita e l’altra sulla terra. Ciò è realizzabile solo con la continuità di coscienza nei piani sottili. Vincere la morte non si può realizzare rimanendo per sempre nello stesso corpo, ma mantenendo la consapevolezza anche quando passiamo da un corpo all’altro.

 

Pentecoste (50 giorni dopo Pasqua)

Atti 2, 1-13

Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?» Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

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La Pentecoste ebraica lascia il posto alla Pentecoste cristiana; che cosa vuol dire? Con la Pentecoste, gli Ebrei festeggiavano la consegna delle Tavole della Legge a Mosè. Essa ha quindi il significato profondo della Legge esteriore, alla quale obbedire senza discutere (cioè anche senza condividerla o comprenderla): la legge fatta per l’umanità bambina – di tutte le epoche - che non è ancora in grado di autodeterminarsi perché soggetta agli influssi del desiderio e dell’egoismo. Una umanità formata da individui che non sono in contatto, in comunione, con il proprio spirito interiore.

Ma c’è una umanità che comincia a trascendere tutto questo, che non può continuare ad essere diretta dall’esterno, perché ciò la farebbe restare bambina, mentre essa si sente e vuole diventare adulta. Che ne diremmo di quel padre che, dopo avere educato e cresciuto la sua prole, aiutando i figli ad attraversare la strada prendendoli per mano, pretendesse di continuare in un tale atteggiamento anche quando i figli sono cresciuti? Mentre prima era stato un buon padre, non si può dire lo stesso dopo, perché impedirebbe loro di crescere in modo sano. Giustamente i figli si ribellerebbero. Ed è quello che l’uomo d’oggi spesso fa, allontanandosi da una forma religiosa che lo costringe a rimanere in regole esteriori senza spiegargli il motivo della loro esistenza.

È nel momento evolutivo nel quale questa nuova esigenza cominciava a nascere, che il Cristo si incarnò in Gesù di Nazareth, per dare all’uomo quello che ora gli occorreva: il contatto con la propria spiritualità interiore, lo Spirito Santo. È l’avverarsi della profezia di Giovanni il Battista: “Colui che viene dopo di me è più potente di me, io vi battezzo con acqua ma chi viene dopo di me vi battezzerà nel fuoco dello Spirito Santo”.

“Tutti” erano “insieme nello stesso luogo”, che noi sappiamo essere la “stanza superiore”, ci vuole indicare che tutti i veicoli erano allineati sotto la consapevolezza totale: anche chi non era stato iniziato prima, ricevette qui la Prima Iniziazione dei nuovi Misteri Cristiani.

Tutte le forme collettive, che basano la loro motivazione su concetti ed esigenze che stanno al di sopra dell’individuo, devono ora un po’ per volta essere abbandonate: mai più uno spirito esterno, ma lo spirito interiore, lo Spirito Santo, il Sé, che guida ciascuno; questo dev’essere la legge nuova.

Ciascuno quindi deve cominciare a sentire lo Spirito parlargli “nella propria lingua”; una lingua che non coincide più con quella collettiva di un popolo, perché è il prodotto delle sue esperienze individuali. Nel contempo, tutti erano compresi, perché lo Spirito aveva attivato la comunione fra gli esseri, proprietà del piano dal quale proviene.

Ma questi non sarà compreso da coloro che ancora hanno bisogno della legge esterna, questi ultimi non potranno accettarlo, e diranno che “è ubriaco”.

Tramite la Pentecoste interiore, il cristiano iniziato si trasforma nel Graal, allineando la propria scintilla divina interiore – residuo del Sole primitivo da cui egli, come tutti noi, proviene – con lo stesso residuo che costituisce il “cuore” del nostro pianeta, che si trova al di sotto dei suoi piedi, e con il Sole spirituale che si trova in alto, e da cui riceve l’impulso Cristico. Dobbiamo vedere come la “fiamma” di Pentecoste, il risveglio del nucleo solare originario che ogni uomo alberga in sé: il corpo radioso o corpo di luce.