Settimana santa
Dopo avere donato all’umanità e a tutte le forme di vita la sua energia fino all’ultima goccia, il Cristo cosmico comincia a lasciare il pianeta nel periodo fra il Natale e la Pasqua, seguito e imitato dall’azione dell’aspirante, azione ora più propensa ad una attività d’aspirazione, che si sforza di innalzare la coscienza verso il cielo sospinto dall’annuncio di Gabriele; è la Quaresima planetaria, che sfocia nella Pasqua dell’Equinozio di Primavera. È il trionfo di Raffaele che può guarire tutte le malattie e che ci condurrà oltre la morte.
Abbiamo seguito fin qui ciò che avviene dall’Autunno alla Primavera, che ricade sotto l’azione arcangelica protetta da Michele, Gabriele e Raffaele. Le Chiese in genere celebrano questi tre Arcangeli, ma resta avvolto nel mistero il quarto, Uriele. Il compito di Uriele riguarda infatti la Pasqua futura, nella quale l’umanità dovrà lasciare il piano materiale a favore di quello etereo; il tratto successivo del Dramma Cosmico è riservato infatti all’azione e iniziativa dell’uomo stesso. Certamente le Chiese sono incapaci di contemplare questa realizzazione, ed è per questo che Uriele è quasi sconosciuto e non celebrato. Dall’Equinozio d’Autunno a quello di Primavera sono le attività celesti che cercano di indirizzare l’uomo verso il suo destino futuro; dall’Equinozio di Primavera a quello d’Autunno toccherà all’uomo utilizzare il loro lavoro per trasformare l’ambiente in cui vive.
Al giorno d’oggi pochi sono gli uomini che sono in grado di adempiere a questo compito, la maggior parte di loro ricadendo ancora sotto la necessità di un indirizzamento esteriore: è allora Jahvè che se ne prende tuttora carico, e quindi da questo punto di vista incarnando un aspetto dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo infatti possiede una duplice natura e funzione: quella esteriore che, attraverso il karma, spinge l’essere umano ad attraversare esperienze che, nel tempo, lo porterà consapevolmente a varcare il prossimo passaggio; e quella interiore, che dobbiamo vedere come la “fiamma” di Pentecoste, il risveglio del nucleo solare originario che ogni uomo alberga in sé: il corpo radioso o corpo di luce.
Ingresso trionfale a Gerusalemme
Ingresso trionfale a Gerusalemme
Marco 11, 1-10
Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!».
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Pochi giorni prima della Pasqua ebraica, Gesù si preparò a rientrare a Gerusalemme. Quella stessa città per la quale Egli aveva pianto prevedendone la distruzione. Dobbiamo pensare che il popolo ebraico era in certo modo imbevuto delle letture e dei racconti che riguardavano i profeti e le loro profezie, perciò era avvezzo ad accettare personaggi e personalità straordinarie, in grado di compiere atti fuori dal comune. Gesù, visto il seguito di narrazioni ed esperienze riportate che lo seguiva ormai ovunque, era senza dubbio uno di questi; non possiamo in nessun modo considerarlo come una persona qualsiasi, che camminava nell’indifferenza generale. Anche perché si muoveva non da solo, ma con un seguito di uomini e donne che si era fatto nel tempo molto numeroso, nonostante le malignità che si facevano circolare contro di lui.
La notizia della resurrezione di Lazzaro avvenuta il giorno prima aveva inoltre contribuito in maniera notevole alla sua fama, perciò l’ingresso che Gesù fece a Gerusalemme non poteva passare inosservato.
Gesù preparò con cura il suo ingresso nella città, cosa che ci deve indicare che esso assumeva un significato particolare. Egli mandò infatti un discepolo a prendere un asino, che gli sarebbe servito da cavalcatura, e i discepoli misero sulla soma dei mantelli affinché gli servissero da sella. L’arrivo fu trionfale: gli abitanti tappezzarono la strada di mantelli e tagliarono rami di palma per stenderli a terra al suo passaggio. Grida di esultanza lo accompagnavano nel suo procedere.
Si tratta ancora una volta di un simbolismo, in quanto l’asino ha il significato di portatore di pace, e la palma di onore e vittoria. Può sembrare incoerente inaugurare “cose nuove” usando immagini e simboli antichi. In realtà, il cammino dell’evoluzione è una spirale: non vuole annullare il passato, ma in un certo senso reinterpretarlo alla luce di conoscenze più profonde, spira dopo spira. È l’errore che ha fatto il Cristianesimo exoterico; ha voluto cancellare il passato considerandolo degno dei pagani, e in questo modo ha perduto non solo le cose buone e i valori che il passato conteneva, ma anche le proprie stesse radici, poiché nel cammino a spirale il nuovo può sorgere solo da un maggiore approfondimento dell’antico. E il nuovo qui viene rappresentato dalla cavalcatura, “sulla quale nessuno era ancora salito”: il nuovo a cavallo del vecchio. Ma quando il trionfo è di carattere materiale, lo spirito ha sempre qualcosa da perdere, e questo Gesù lo sapeva molto bene.
Lunedì santo
La lavanda dei piedi
Giovanni 13, 1-15
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.
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Si dice che i discepoli, una volta pronti per iniziare la festa, cominciassero a discutere su chi fosse il più grande e su quale posto prendere a tavola. Gesù aveva da poche ore spiegato qual era lo scopo della sua missione e soprattutto quel era il destino che lo aspettava; possiamo immaginare il suo stato d’animo davanti a questo spettacolo a poche ore dalla sua Passione.
Tuttavia, come sempre, non sprecò parole per dare l’insegnamento necessario nemmeno in quel contesto, ma lo fece dando l’esempio. A quei tempi, i piedi erano protetti solo da sandali, ed era costume che i servitori quando i loro padroni rientravano li pulissero immergendoli in un catino d’acqua e poi li asciugassero con un asciugamano. Era uno dei servizi più umili, ed era riservato al padrone di casa. Tuttavia, nessuno dei discepoli pensò di farlo a Gesù, e nemmeno a qualcuno dei loro. Pensavano piuttosto a discutere su chi era il più grande.
Gesù si alzò da tavola, si spogliò della veste e si cinse con un asciugamano, versò dell’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai discepoli. Quando arrivò il turno di Pietro, questi disse (forse con un po’ di ritardo o senso di colpa): “Signore, tu lavi i piedi a me?”, e cercò di ritrarsi. Ma Gesù gli rispose: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Al che Pietro disse: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
Il servizio è la dimostrazione e la misura della grandezza, come aveva già insegnato Gesù ai discepoli dicendo: “Chi vuol essere il più grande fra di voi sia l’ultimo e il servo di tutti”. La grandezza misurata con la forza appartiene alla curva discendente dell’evoluzione, quando ancora vige la costruzione dei corpi come massima acquisizione; ma questo non è lo scopo finale, è solo un passaggio necessario alla costituzione dell’autocoscienza, che, una volta risvegliata, dovrà invertire il corso evolutivo verso l’ascesa e il ritorno al mondo dello spirito. Nella discesa l’illusione percettiva delle forme ha portato ad una sempre maggiore separatività, nella salita si dovrà man mano recuperare l’unità, fino a conoscere la vera realtà: l’Unione col Tutto nella percezione di comunione universale. Il servizio è al tempo stesso lo strumento e il risultato di questa Unità da recuperare nella nostra coscienza, prima di tutto, rispecchiata poi nella nostra attitudine e comportamento.
Con questa azione, Gesù volle dimostrare ai suoi discepoli che la vera grandezza di cui stavano discutendo non è quella esteriore, che separa e distingue, ma quella interiore, che è ormai rivolta verso la dimensione riunificatrice spirituale.
Giovanni 13:34,35
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
L’amore non si può comandare: o si ama, o non si ama. Quindi dietro questo “comandamento” si nasconde il segreto della Dispensazione Cristica: interiorizzare la legge.
Il Vecchio Testamento prevedeva l’amore “per il prossimo” (Levitico 19), ma intendeva il più vicino, come abbiamo visto nel capitolo dedicato al Sermone della Montagna. Gesù chiede di più: “prossimo” è anche il Samaritano. Chi non ama così, senza distinzioni, non può essere “suo discepolo”.
Martedì santo
Rito dell’Eucaristia
Matteo 26, 26-30
Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
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Quanto detto riguardo al tentativo delle Chiese exoteriche cristiane di cancellare tutte le tradizioni precedenti dalla memoria e dalla cultura, vale in particolar modo per il rito dell’Eucaristia. Cerimoniali religiosi che prevedevano lo spezzare del pane assieme al bere acqua o vino, si perdono nella notte dei tempi. Erano presenti nelle Scuole dei Misteri degli Egizi, dei Persiani, dei Greci.
Per i discepoli di Gesù alcune tradizioni riportano che il rito era suddiviso in tre passaggi successivi di crescente profondità, e che al terzo grado solo Pietro e Giovanni, i più avanzati di tutti, erano al livello di partecipare.
Qui abbiamo molto da dire e riflettere. Queste parole assumono per noi un significato particolare, che i discepoli al momento non potevano cogliere. Gesù sapeva bene che la sua missione richiedeva il suo sacrificio che, come vedremo, non si esaurisce in un solo avvenimento. La Terra era talmente pregna di atmosfera emozionale pesante dovuta a crudeltà, paura, depravazione e così via, che doveva essere purificata prima che l’afflusso spirituale con cui il Cristo l’avrebbe inondata potesse aprirsi un varco e portare un po’ di luce. Gli insegnamenti esoterici sanno che c’è un legame energetico particolare fra il sangue e il corpo vitale, e che quest’ultimo ha uno stretto rapporto con il piano dello Spirito della Saggezza, o del Verbo, che è la sede del Cristo cosmico. Cristo-Gesù doveva perciò versare il sangue sulla terra, per apportare tutta la sua energia e dissolvere la cupa atmosfera emozionale che circondava il pianeta. Questo è il significato della frase “il sangue della nuova alleanza, versato per molti”. Non fu versato infatti per i singoli o per annullare il loro karma, ma “per molti”, ossia per rischiarare l’atmosfera globale, alla quale l’umanità avrebbe potuto attingere.
Il sangue nella cena era paragonato al vino, come le tradizioni insegnavano. Essendo un Esseno, è probabile che Gesù non bevesse bevande inebrianti, che sarebbe stato contrario alle sue regole, e il riferimento al vino concerne il significato ideale che esso suggeriva, allora ben compreso. Comunque sia, Gesù dice qui chiaramente che “non berrà più del frutto della vite”. Si chiude quindi il cerchio: col primo miracolo alle nozze di Cana Egli mutò l’acqua in vino, alla fine della vita afferma che il vino (“questo frutto della vite”) dovrà essere abbandonato. E ne berrà di “nuovo” nel regno del Padre: è evidente che nel regno del Padre non vi sono campi e vigneti, perciò il riferimento di tutta la frase è ad un significato simbolico del vino. Cioè ad un elemento spirituale ancora da sviluppare che, grazie al suo sacrificio, tutti gli uomini dovranno far crescere dentro di sé: la “Luce che illumina ogni uomo” di cui parla l’apostolo Giovanni.
Se il vino rappresenta il sangue, il pane rappresenta il corpo. Il pane, fatto col grano prodotto dalla terra, è la quintessenza del cibo per il mantenimento della vita del nostro pianeta. Qui Gesù ci dice che la Terra è il suo corpo, al quale Egli dà la sua Vita. La vita del globo che abitiamo proviene dal Sole, e nella sua orbita attorno ad esso la vita terrestre attraversa le sue fasi di crescita e di declino, in un ciclo sempre necessario alle forme che lo abitano. Se la Terra si allontanasse dal Sole la vita come la conosciamo sarebbe destinata a finire definitivamente. Gli insegnamenti del Cristianesimo Interiore ci informano che la Terra faceva parte del Sole, e ne fu espulsa per consentire alle forme viventi che oggi abitiamo di poter proseguire nella loro evoluzione; nel punto in cui siamo dobbiamo ora riprendere il cammino verso la fonte di vita; se ci allontanassimo troppo non potremmo più proseguire. Per questo il Grande Spirito Solare Cristo si incarnò sul nostro pianeta per aiutarci nella nostra fase più critica. Perciò letteralmente quando ci cibiamo dei prodotti della terra, ci cibiamo del corpo vitalizzato dal Cristo-Sole.
Le donne non furono escluse da questo sacro rito. La tavola delle donne, in una sala adiacente, era presieduta da Maria, la madre di Gesù. Gran parte dell'Apocalisse ispirata a Giovanni mentre riposava sul cuore del Maestro, riguardava l'esaltazione del femminile. L’ideale del servizio contrasta con l’immagine dell’uomo forte, “che non deve chiedere mai”; ma questa immagine è ormai obsoleta ed è destinata ad essere rimpiazzata da un genere umano che, sia nelle figure femminili che nelle maschili, inizi un percorso di avvicinamento: più sensibile dal lato maschile e più volitivo dal lato femminile. Credo che sia un percorso ormai iniziato e a tutti evidente.
Per questo il servizio dev’essere umile, il che non significa umiliante; al contrario, chi fa le cose solo per apparire vuol dire che dipende dal giudizio altrui. Essere davvero liberi si traduce nell’agire secondo la propria coscienza, senza mirare a ricompense e/o riconoscimenti, che gli sono indifferenti.
Mercoledì santo
Getsemani
Matteo 26, 36-46
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina».
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Chi di noi, nelle diverse avversità che tutti più o meno incontriamo nella vita, non si è trovato ad un certo punto nell’angoscia più profonda, tale da abbatterlo totalmente, davanti ad un problema o ad un dolore all’apparenza insormontabile? Possiamo dire che questo vale sia per la vita pratica che per l’esperienza spirituale, a seconda del livello personale e delle sfide che ci attendono. A volte può sembrare che più una persona sia sensibile, più sia toccata dalla “sfortuna”, mentre più uno è rude più appare temprato a superare ostacoli di natura materiale e fisici che abbatterebbero il primo.
Possiamo immaginare lo stato d’animo di Gesù nel frangente in cui si trovava nel giardino di Getsemani? Forse non del tutto, se consideriamo la consapevolezza di quanto lo attendeva, e non solo nelle ore immediatamente successive.
Terminata l’Ultima Cena, Gesù uscì assieme agli apostoli, e si recò in questo vicino giardino. Sentiva il bisogno di pregare, quindi preferì restare da solo per un po’, chiedendo però a Pietro, Giacomo e Giovanni che lo accompagnavano di vegliare. Cercava, come faremmo forse tutti, conforto negli amici, che si dimostrano tali, come dice il proverbio, nel momento del bisogno. Ma quando tornò si accorse che avevano preso sonno.
Si trattava dei suoi discepoli più avanzati, coi quali aveva condiviso l’evento topico della Trasfigurazione, quelli di cui si era fidato di più mandandoli a preparare il luogo dell’Ultima Cena; eppure anche loro in questa grave occasione lo delusero. Per tre volte chiese loro di vegliare, e sempre li trovò addormentati.
Più uno si avvicina ai livelli spirituali, più diventa sensibile al dolore altrui, e farebbe qualsiasi cosa per alleviarlo. Tuttavia non può contare sugli altri: si tratta di un compito interiore, che deve svolgere da solo, ascoltando la compassione che gli appesantisce il cuore. Appare inverosimile che i suoi discepoli migliori, con tutto quello che avevano udito quella sera, fossero così insensibili da cadere nel sonno mentre il loro Maestro soffriva indicibilmente. È molto più probabile che si trattasse di un differente livello di coscienza: essi non erano in grado di “vegliare” con Lui, al suo livello, in quell’ora.
A proposito dell’interpretazione dei vangeli, dobbiamo mettere in risalto il fatto che mentre si svolgevano questi avvenimenti, Gesù era solo e i suoi discepoli “dormivano”: come è possibile dunque che qualcuno vi avesse assistito per poi riportarli e descriverli? È chiaro che i vangeli non sono da prendere come cronache dei fatti avvenuti, ma come insegnamenti iniziatici contenenti indicazioni sul cammino per chi ne scoprisse la chiave interpretativa, a più livelli di lettura, attraverso la meditazione.
E Gesù, ancora una volta, ci dà l’indicazione su come ricevere l’aiuto necessario in frangenti come quelli che stava vivendo; aiuto che non poteva venire da “fuori”, dagli amici o dai discepoli.
Non appena rimasto solo, nel giardino, cadde in ginocchio, sotto il peso dell’angoscia: aveva detto ai discepoli: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E lì, solo, con la faccia a terra, pregò:
Matteo 26:39
Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”
Ecco l’indicazione del cammino: “Sia fatta la tua volontà!”. L’aiuto in queste circostanze può venire solo da dentro, e si tratta dell’ACCETTAZIONE. Fuggire non serve, servirebbe solo ad aggravare la situazione, che si ripresenterebbe in modo ancora più coercitiva, perché il destino deve compiersi. Ma comprenderlo significa anche saperlo accettare, e allora tutte le forze celesti arrivano e si mettono in tuo aiuto.
A questa invocazione, seguì infatti l’apparizione della più grande consolazione, e della conferma se parliamo di Gesù uomo: un grande Arcangelo era al suo fianco, portandogli consolazione. Il Cristo è il Capo degli Arcangeli, e schiere di esseri celesti sono sotto la sua direzione; eppure la sua missione richiedeva che fosse come un uomo qualsiasi, e mai tradì questo compito. Neppure davanti al più grande tormento. L’aiuto celeste non fu portato al Capo degli Angeli ed Arcangeli, ma fu l’aiuto che qualsiasi uomo può ricevere, e riceve, in condizioni analoghe, anche se probabilmente non in forma altrettanto “visibile”.
Il termine “Getsemani” è composto da due parole, che possono essere così interpretate: “gath” come amarezza, e “shemen” come saggezza. La saggezza, la conoscenza può derivare solo da una sofferenza precedente; così il genere umano è disposto ad imparare per avanzare. Ed è così anche che, tra una incarnazione all’altra, il singolo essere, il Sé, accetta il destino per la prossima rinascita, perché è egli stesso che aspira a migliorare e ad evolvere.
Giovedì santo
La condanna
Giovanni 19, 1-16
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».
Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
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Pilato, il procuratore romano, risiedeva a Cesarea, ma il tumulto che si creava a Gerusalemme per la Pasqua lo costringeva a recarsi in quella città, anche per il gran numero di soldati che la situazione richiedeva per mantenere la calma. La moglie di Pilato, Claudia Procula, era anch’essa seguace di Gesù, aveva compiuto molto progresso spirituale, ed era quindi aperta a intuizioni e ispirazioni elevate; quella notte aveva fatto un sogno e aveva pregato il marito di non occuparsi della questione con Gesù.
Pilato forse ascoltò la moglie, e mandò Gesù dal governatore Erode che in quei giorni era a Gerusalemme. Ma Erode, indispettito perché aveva chiesto invano a Gesù di fare dei miracoli per lui, lo restituì a Pilato.
Le masse sono spesso strumenti nelle mani di capipopolo che le indirizzano secondo il loro volere. Esse sono la forma di potere che vige nell’Era dei Pesci, che ha visto – e vede tuttora, benché quest’Era sia ormai al suo tramonto – personaggi che le ha guidate verso veri e propri disastri. In natura, infatti, non può esistere il vuoto, e appena esso si forma, subito una energia che è in grado di farlo, corre ad occuparlo. Le masse di per sé non hanno una “testa”, e sono di conseguenza soggette ad essere condotte da fuori, dall’esterno, secondo colui che ne prende la direzione.
Nell’Era dell’Acquario, che è alle porte, questo sistema dovrà cedere il passo alla cooperazione fra individui in grado di ragionare singolarmente, mettendo in comune le reciproche competenze. Per questo è finita l’era delle folle, e gli studi e ricerche più avanzate, sia spiritualmente, ma anche in altri campi, saranno condotte più facilmente da piccoli gruppi, che collaborano al loro interno e fra loro, nel rispetto totale delle idee dei singoli, quali fonti insostituibili del potere decisionale. Questi piccoli gruppi quando si riuniscono per motivi di carattere spirituale sono tali, in realtà, a livello fisico, mentre spiritualmente sono fra loro uniti in una grande “Fratellanza” che esiste a livello sottile. Questi gruppi sono formati da individui che spesso si incontrano “di notte” nei piani eterei, come aveva fatto il Cristo con Nicodemo, e chissà con quanti altri. Essi stanno già lavorando, consciamente o inconsciamente (spesso) che sia, per edificare una “Casa comune” del futuro in quei piani. Quando si incontrano fisicamente spesso appaiono esteriormente in pochi, ma altri sono presenti seppure invisibili, per condividere e aiutare.
Gesù non riconosceva l’autorità di tipo “esterno” dei sacerdoti e dei Romani, per questo non rispondeva alle loro domande: Egli era venuto per dare il primo impulso al nuovo stato delle cose.
“Non mi rispondi?”, disse Pilato, “lo sai che ho il potere di vita e di morte?”: ecco l’autorità dell’Era dei Pesci. “Tu non avresti nessuna autorità se non ti fosse stata data dall’alto”, rispose Gesù: ecco l’autorità dell’Era dell’Acquario, cioè dello Spirito interiore, della quale dobbiamo renderci consapevoli.
Alla fine, Pilato si arrese per paura che sorgessero disordini e perdesse l’apprezzamento che aveva presso Roma, e, preso un catino d’acqua, se ne lavò le mani. Fu l’arrendersi della sua natura superiore davanti a quella inferiore. È la stessa sottomissione verso un’autorità esterna che viene chiesta al fedele cattolico quando entra in una chiesa e compie un gesto analogo.
Siamo al culmine del dramma cosmico. Dobbiamo leggervi non solo l’esperienza dell’uomo Gesù, ma anche quella che ognuno di noi effettua nel processo di incarnazione o rinascita; è sufficiente individuare i caratteri:
Gesù: il Sé incarnato;
Pilato: la mente dialettica;
i Giudei e i Sacerdoti: il corpo emozionale e la personalità.
Molta luce questa chiave di lettura può gettare nel testo.
“Ecco l’uomo!”; potremmo dire: ecco l’uomo materiale, così è l’uomo incarnato. La mente, che è quella che in verità deve dirigerlo, non è tuttavia capace di decidere veramente gli avvenimenti e la direzione da prendere, perché è sottomessa al corpo emozionale.
Mente inferiore dialettica, corpo emozionale e personalità, sono sottoposti alla legge esterna, perché ancora non hanno instaurato il contatto, l’unione col Sé, lo Spirito. Quando lo facessero, nascerebbe l’uomo come “Figlio di Dio”, e avrebbe superato la Legge e sarebbe libero. Per questo motivo chi è Figlio di Dio “deve morire alla Legge”.
In precedenza Gesù aveva tentato di parlare a Pilato della verità, dicendo: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli disse Pilato: “Che cos’è la verità?”, e detto questo uscì. È chiaro qui come la mente inferiore non sia in grado di “conoscere la verità”: Pilato non aspetta nemmeno la risposta di Gesù, ma esce direttamente; per lui non può esistere una verità assoluta, ognuno ha la sua o quella che più gli conviene al momento, che può perciò essere diversa o opposta a quella di altri. Solo lo Spirito può condurci alla verità, come il Cristo disse: “Io sono la via, la verità e la vita”.
La mente ha sede nella testa, e la prima azione che Pilato compie è quella di far porre una corona di spine sulla testa di Gesù: la mente inferiore reclama la sua autorità sul Sé.
Allora Pilato (la mente dialettica) presenta Gesù (il Sé) ai Giudei, cioè alla personalità, dicendo: “Ecco il vostro re”. Ma la personalità non ne vuole sapere, anzi grida: “Crocifiggilo!” La mente può governare solo nella condizione in cui lo Spirito sia incarnato, “crocifisso” nel corpo.
Ecco allora che la mente dialettica (Pilato) soggiace al desiderio della personalità, e consente alla crocifissione.
Venerdì santo
La crocifissione
Giovanni 19, 17-42
Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo.
Pilato fece pure un'iscrizione e la pose sulla croce. V'era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco. Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei"; ma che egli ha detto: "Io sono il re dei Giudei"». Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto».
I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso. Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice:
«Hanno spartito fra loro le mie vesti,
e hanno tirato a sorte la mia tunica».
Questo fecero dunque i soldati.
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca. Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.
Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe, e fossero portati via. I soldati dunque vennero e spezzarono le gambe al primo, e poi anche all'altro che era crocifisso con lui; ma giunti a Gesù, lo videro già morto, e non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate. Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura:
«Nessun osso di lui sarà spezzato».
E un'altra Scrittura dice:
«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Dopo queste cose, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch'egli, portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei. Nel luogo dov'egli era stato crocifisso c'era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.
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La crocifissione era una delle pene più infamanti. Quaranta giorni dopo il culmine dello splendore spirituale della Trasfigurazione, Gesù dovette sottomettersi alla massima umiliazione possibile.
Tradizionalmente, la Via Dolorosa è suddivisa in 14 tappe o stazioni, che nascondono anche un percorso che ogni aspirante deve attraversare nel suo cammino di sviluppo interiore. Il cammino si conclude sulla cima del monte detto “Golgotha”, che in aramaico significa “teschio”: è facile perciò intravedere il percorso interiore che le nostre energie devono compiere lungo la colonna vertebrale per essere innalzate e arrivare fino alla testa.
La prima stazione è quella della condanna a morte. A seguito della condanna, Gesù fu flagellato e gli fu posta sul capo una corona di spine.
Questa stazione iniziale ricalca il momento della dedicazione della propria vita, da parte dell’aspirante, al sentiero spirituale, che prevede l’abbandono dei valori del mondo. Si tratta di uno di quei momenti nella vita che non si dimenticano, e che sono presi spinti da una convinzione interiore che sembra non temere alcun ostacolo.
Nella seconda stazione Gesù riceve la croce che deve caricarsi sulle spalle arrampicandosi su per la salita.
Il primo momento di entusiasmo dell’aspirante fa qui già intravedere le prime difficoltà: ogni momento della vita sembra un bivio, e la scelta più difficile non è sempre quella preferita; sarebbe più facile invertire i propri passi e tornare nel mondo.
Nella terza stazione Gesù cade per la prima volta; la croce è pesante da portare.
Ben presto arriva la prima caduta. Le cadute non sono da condannare: fanno parte integrante del cammino, e sono necessarie per superare certi passaggi. La prima caduta dipende dal peso della materia, che impedisce allo spirito di superare il velo che lo separa dalla coscienza.
Nella quarta stazione Gesù incontra la prima donna: sua madre. La Madre di Gesù fu sempre presente accanto a Gesù per tutto il tempo della sua passione, e anche dopo la sua morte.
Per quanto bene l’aspirante possa fare nei confronti degli altri, pur non attendendosi riconoscimenti, ne riceverà sempre delusioni, perché il suo modo di agire non viene compreso da chi è ancora strettamente connesso con il mondo. Le persone più care, che condividono il suo cammino e le sue esperienze, sono le sole che possono dargli qualche consolazione, e indurlo a proseguire.
Inoltre, il suo sforzo deve tendere a mantenere l’equilibrio interiore fra le polarità mascolina e femminina.
Nella quinta stazione Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce.
Se riesce a mantenere l’equilibrio fra il femminino e il mascolino, l’aspirante troverà la forza interiore per resistere, utilizzandoli entrambi a seconda delle necessità che il “cammino” gli presenta.
Nella sesta stazione Veronica asciuga il volto di Gesù, e l’immagine del suo volto rimane impressa sul telo.
È tutto un alternarsi delle due polarità, fino al punto in cui per l’aspirante non vi sarà più differenza, perché sembra prossimo il raggiungimento dell’unione. Ma farsi un’immagine del Cristo non è la stessa cosa che diventare Cristo, che è un lungo processo del tutto interiore, ottenibile solo con la purezza che consente l’innalzamento delle energie creatrici.
Nella settima stazione Gesù cade per la seconda volta.
L’aspirante cade la seconda volta, a causa dei desideri legati alla materia. Se la purezza non è acquisita del tutto, la caduta è sempre dietro l’angolo, finché non saprà trasmutare la generazione in rigenerazione, superando la tentazione instillata dagli Spiriti Luciferini. Questo tipo di caduta può giungere anche quando il cammino sembrava essersi abbondantemente inoltrato: non bisogna mai abbassare la guardia.
Tuttavia, sarebbe controproducente imporsi contro la propria natura per il solo motivo di voler avanzare spiritualmente: sarebbe un desiderio, anche questo, di natura egoistica, causa anch’esso di caduta. Dev’essere il fuoco dell’aspirazione a produrre lo spontaneo cambiamento interiore. Qualora si producesse, saremmo a metà del cammino.
Nell’ottava stazione le donne di Gerusalemme piangono per Gesù.
L’equilibrio energetico ottenuto, consente all’aspirante di superare ogni divisione: il pianto delle “donne” si asciugherà attraverso la via dell’integrazione rappresentata dalla “croce”.
Nella nona stazione Gesù cade per la terza volta.
Ma non sono solo i desideri a minacciare l’avanzamento dell’aspirante: c’è il grande pericolo che si inorgoglisca per i progressi raggiunti, e la mente dialettica e il pensiero mediato siano preda degli “Spiriti delle Tenebre”, allontanandolo dalla Luce dello Spirito.
Nella decima stazione Gesù fu spogliato delle sue “vesti senza cuciture”. Queste vesti rappresentano il corpo radioso che Gesù uomo abbandonò dopo molte vite di evoluzione spirituale, per donarlo al Cristo e alla sua missione. Fu un sacrificio enorme, che tuttavia per le leggi dell’Amore che reggono l’universo gli permetterà, quando la missione del Cristo sarà esaurita, di essere il Massimo Iniziato del genere umano.
Per l’aspirante, questa stazione rappresenta la massima donazione di se stesso, e il risveglio della pura autocoscienza libera da qualsiasi legame con la personalità. È la nascita del vincitore di cui parla l’evangelista Giovanni.
Nell’undicesima stazione, Gesù viene inchiodato alla croce. Non si tratta solo del corpo di Gesù che viene attaccato alla materia per la crocifissione; si tratta anche dell’atto che unisce definitivamente – fino alla “fine dei tempi” – il Cristo cosmico col nostro pianeta. Da questo momento, il Cristo diventerà il rettore della Terra e si legherà al suo destino per la salvezza di tutte le forme viventi che la abitano. Ogni anno Egli rinnova questo “legame” tornando e donando tutta la sua Vita da settembre fino a Pasqua; e liberandosi ciclicamente a Pasqua fino al settembre successivo. In questo modo, gli equinozi e i solstizi sono i punti di svolta della sua ondata spirituale, che si rinnova ogni anno per consentirci di poter sopravvivere nel pianeta fino al grande Giorno della Liberazione finale quando, grazie agli influssi da Lui apportati, potremo prendere il nostro posto come responsabili del pianeta che abitiamo. “Sarò con voi fino alla fine dei tempi”, ci disse; e dobbiamo intendere questa frase nel modo più letterale possibile.
Per l’aspirante, questa stazione rappresenta la presa di coscienza del fatto che egli è legato alla dimensione terrena, dalla quale può liberarsi svincolando i centri spirituali posti nelle palme delle mani, nei piedi, sul fianco e nella testa, dai rispettivi centri di forza sottili.
Nella dodicesima stazione Gesù muore sulla croce. Un duplice grido accompagna questo fatto: quello di Gesù uomo: “Padre, perché mi hai abbandonato?”, e quello del Cristo: “Tutto è compiuto”. Il primo coincide con il momento in cui lo spirito del Cristo abbandona il corpo di Gesù: Gesù “sente” che il Cristo lo ha lasciato. Il secondo è il grido di trionfo, e anche liberatorio, che il Cristo emette prima di lasciare il corpo esanime di Gesù sulla croce. Egli ha versato tutto il sangue sulla terra, tramite il quale è penetrato nel nostro globo “fino agli inferi”, provocando una purificazione immediata della pesante atmosfera aurica che lo avvolgeva. Una Luce solare immensa ha avvolto in quel momento il pianeta, tanto abbagliante dal far dire agli uomini che “si è oscurato il Sole”.
Nel momento della morte, gli atomi-seme dei corpi fisico e vitale di Gesù furono restituiti al suo legittimo proprietario, Gesù uomo, il quale però non potrà più reincarnarsi, non essendogli disponibile il corpo vitale, che fu posto sotto sorveglianza. Vedremo più avanti il perché.
Per l’aspirante, questo momento è epocale, perché gli consente di diventare un Cristiano Interiore nel vero senso del termine, ossia scoprire il Cristo interiore dentro di sé.
Matteo 27:50,51
E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo.
Abbiamo parlato dei tre giorni dal venerdì alla domenica, come del tempo di una iniziazione; ma iniziazione di chi? Fu il momento dell’iniziazione, del progresso verso un passo evolutivo in avanti, di tutta l’umanità e del pianeta. Dall’evento del Golgotha in poi la storia umana prese una diversa direzione: la luce solare invase il pianeta e ne innalzò subitamente le vibrazioni, nel post-mortem l’uomo ebbe da allora accesso ad un piano astrale più limpido, ove poter trarre maggiore esperienza per lo sviluppo della coscienza, mentre fino a prima l’oltretomba era diventato un luogo oscuro e nebuloso. Tutto questo diede un forte impulso alla nostra evoluzione, cosa che è emblematicamente descritto nel vangelo parlando del “velo del tempio” che si squarciò. Possiamo definire l’evento del Golgotha come il “Battesimo planetario”: da quel momento un nuovo elemento solare entrò a far parte della costituzione della Terra. Lo stesso elemento che Giovanni il Battista vide entrare nel corpo di Gesù sotto forma di colomba.
Il velo del tempio di cui parla questo passo si riferisce al tempio di Gerusalemme, nel quale esso separava il Sancta Sanctorum che conteneva l’Arca dell’Alleanza dal resto dell’edificio. Soltanto il sommo sacerdote poteva entrare oltre questo velo, ed era il solo che poteva, in quel luogo e in ben precise occasioni, parlare direttamente con Jahvè, del quale riceveva così le volontà che poi trasmetteva al popolo. Con la frase “si squarciò il velo del tempio” si vuole perciò indicare che da quel momento non era più necessario un intermediario, un sacerdote, per “parlare” – cioè avere un contatto – con Dio: il Cristo aveva aperto la via perché tutti potessero sviluppare in se stessi la capacità di entrare in comunione con la Divinità, che poteva perciò essere trovata INTERIORMENTE. Quello che possiamo chiamare il Cristo interiore. Attenzione quindi: l’iniziazione collettiva avvenuta sul Golgotha non sarà più possibile in futuro, perché ora la responsabilità del progresso è sulle spalle del singolo, che deve trovare la Via dentro di sé, facendo crescere nella sua interiorità la costituente solare presente nell’aura planetaria, e che ogni anno lo spirito del Cristo cosmico rinnova.
Nella tredicesima stazione Gesù viene deposto dalla croce e consegnato alle braccia della madre.
Il numero tredici rappresenta il passaggio ad un livello superiore: ci vogliono dodici sfere di uguale dimensione per circondare totalmente una tredicesima. Questa tredicesima è quella che assomma tutte le altre, e rappresenta il passaggio necessario per un ulteriore gruppo, ad un livello maggiore. La croce della materia è vinta, e ora il discepolo può inoltrarsi nei piani superfisici.
Nella quattordicesima stazione Gesù viene deposto nel sepolcro.
Sono passati i tre giorni dalla morte apparente dell’Iniziando: l’aspirante nasce a vita nuova!
Giovanni 19:25-27
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria Maddalena.
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
L’elenco delle persone sembra facile, ma è invece oggetto di disputa interpretativa. Giovanni non getterebbe mai lì un nome per la prima volta, senza nessun motivo. Proponiamo la seguente scrittura: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre: Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.”, dove nell’elenco figurano tre persone: la madre di Gesù, Maria di Clèofa e Maria Maddalena, che sarebbe definita “sorella” non per motivi di sangue, ma perché così si chiamavano fra loro i discepoli di Gesù e gli Esseni. Dopodiché prosegue: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. Azzardiamo una interpretazione di questo passaggio, che è davvero oscuro: “Donna, ecco tuo figlio”, può essere riferito a Gesù, figlio di Maria, alla quale Egli, il Cristo, lo restituisce dopo i tre anni della vita pubblica nei quali aveva utilizzato i suoi corpi fisico e vitale. Potremmo liberamente tradurre: “Donna, restituisco tuo figlio alle tue cure”, sia pure non in corpo terreno, perché Gesù non potrà più incarnarsi. Dopodiché la raccomanda a Giovanni.
Molto è stato detto e scritto intorno al discepolo che Gesù amava, forse leggendo attentamente il testo che precede qualche risposta si potrà trovare. Il vangelo di Giovanni è l’unico che mette anche Maria, la madre di Gesù, presso la croce nel momento della sua morte. E poiché nemmeno Giovanni è presente nell’elenco, dobbiamo supporre che entrambi, Giovanni, il discepolo che Egli amava, e Maria sua madre, fossero lì “accanto”, cioè presenti nei loro corpi spirituali, ma non in carne ed ossa. Per questo Maria poté ricevere Gesù dal Cristo, trovandosi entrambi nei piani sottili.
A noi preme sottolineare che queste frasi ci ricordano che l’avanzamento spirituale può avvenire solo attraverso l’unione interiore fra le due polarità che abitano ciascuno di noi, cosa che supera anche l’idea di famiglia come legame di sangue: “Ecco tuo figlio”, “Ecco tua madre”. Ovviamente l’insegnamento non vuole dire di non amare i consanguinei, ma al contrario di amare tutti così intensamente come fossero il proprio padre e la propria madre.
Le “tre Marie” erano state molto importanti nella vita di Gesù. Astrologicamente possiamo vederle rappresentate dai tre grandi segni femminili dello zodiaco: Maria di Clèofa è rappresentata dal Cancro, nel quale la mente lunare si è trasformata in intuizione, tramite la trasmutazione dell’aspetto intellettuale; Maria Maddalena è rappresentata dal Toro, la redenzione dell’amore sensuale di Venere, attraverso l’amore disinteressato, tramite la trasmutazione dell’aspetto emozionale; Maria madre di Gesù è rappresentata dalla Vergine, quale simbolo dell’Immacolata Concezione, risultato dell’innalzamento delle due correnti intellettuale ed emozionale fino alle ghiandole epifisi ed ipofisi.
Questo passo rappresenta la fine della dualità, la trasmutazione finale e completa del desiderio, in cui la passione è diventata compassione e l’io si è perduto nel tu, nell’altruismo.